[ Nero di Laidis ]        




giovedì, 14 agosto 2008

Propositi endofasici
 
Un giorno io
se avrò una figlia
la chiamerò Eva.
Le dirò di mangiare tutte le mele che vuole
e di lapidare quel bastardo d'un serpente
con una fitta sassaiola
di torsoli sputacchiati.
E che Adamo facesse un po' quel che vuole
mentre lei rutta satolla
e si lecca le dita.
Nessuno osi dire che è colpa della mia Eva
se il suo Adamo con un boccone di mela s'è strozzato.
Le dirò che a parer mio
ha fatto più danni
la favola del principe azzurro
che non la prostituzione.
Le dirò, pure, che,
se però incontra un tipo che un poco gli somiglia,
si ricordi in quel preciso istante
che la scelta di un perpetuo stato di belligeranza
le darà i suoi morti da piangere
(e persino i morti che da vivi erano stronzi
quando non ci sono più ci mancano):
che provi perciò a nutrire miglior fiducia
di quella che è avvezza a nutrire
la sua mamma rattrappita
(ma se poi quel buontempone del principe
dovesse, poverino, avere una crisi d'identità
e la mandasse affanculo tirandosi su i calzoni,
che non venisse lei ad accusarmi
d'averle raccontato una panzana).


Un giorno io
se avrò una figlia
vorrei chiamarla Amoremiobellissimo
e, quando non è contenta,
sapere il modo di consolarla
prima che mi chieda di sparire,
e sperare che il mio sangue cattivo
non le sia troppo grave.
Imparerei tutti i nomi dei folletti
e a far le trecce coi capelli.
E poi le leggerei tante storie
e camminerei con lei a piedi nudi
sull'erba tutta rugiadosa
al mattino presto
quando non è né notte né giorno
e questo porco mondo finalmente se ne sta
un po' zitto,
e si sentono solo
i gufi
e le cicale.
 
 
 
Jesus died for somebody's sins but not mine
 (Patti Smith, Gloria)

Scritto da Laidis © alle 15:45
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lunedì, 04 agosto 2008

Odore buono di biancheria pulita, sabbia bagnata. Pagine di un libro (come patatine pescate da un sacchetto). Ben Harper canta "When she believes". I piedi sui pedali di una bicicletta rossa. Una begonia gialla sul davanzale -perde un fiore per ogni giorno di vita, hai visto?-
("Verrà la morte e avrà i tuoi occhi")
Profumo di pomodoro appena colto e soffritto nell'olio, aroma d'aglio e basilico. Salsedine sulle labbra, pelle sudata. Una fetta di cocco ammuffito per una moneta da un euro. Parole stanche, ma così stanche che.
("Verrà la morte e avrà i tuoi occhi")
Tre appunti e un desiderio d'andare, oh, andare. Andare e poter dire "vado a casa".
Un senso di niente a sbranare la carne, con tutte le ossa. E lo stupore, lo stupore di fronte al Nulla. L'inadeguatezza a dirlo, l'imbarazzante irritante banalità del dirlo.
("Verrà la morte e avrà i tuoi occhi")
Cantami "Un dì Noè nella foresta andò/e tutti gli animali volle intorno a sè:/Il Signore arrabbiato il diluvio manderà.../la colpa non è vostra, io vi salverò.../Ci son due coccodrilli/ed un orangotango/due piccoli serpenti, un'aquila reale/un gatto, un topo e un elefante/non manca più nessuno:/solo non si vedono i due leocorni".
Cantamela, con tutte le mosse per ogni animale, come fanno i bambini.
Cantamela, e metti a tacere una pulsione impronunciabile, falla stare zitta.

Scritto da Laidis © alle 14:11
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mercoledì, 16 luglio 2008

Ultime notizie da quaggiù 

(noterelle musicali di un tempo folle e disgraziato molto)


1: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti (Musica Nuda), Guarda che luna

 2: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti (Musica Nuda), Sacrifice

3: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti (Musica Nuda), Le due corde vocali


Scritto da Laidis © alle 22:03
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martedì, 10 giugno 2008

CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?
Cara Elle,
è molto che non parliamo. Come vedi, non mi va più così spesso di masturbarmi con le parole e stare lì a cincischiare sull'uso più efficace, o tentare di raccontarti la storia di qualcun altro per dirti la mia solo perché quel nobel d'un Pamuk dice che la norma indispensabile di una buona scrittura è l'abilità di raccontare la propria storia come se fosse la storia di un altro. Non sempre ho la volontà di pensare a come dire cosa, quando al mattino mi sveglio di cattivo umore e il mondo non mi appare di alcun interesse. In generale, insomma, non ho molta voglia di raccontar storie. In compenso, però, ne leggo molte, e affondo la testa e il naso in quelle pagine, annusando l'odore della carta e cercando altri mondi possibili. Poi, sai, tra una lettura e l'altra, mi capita anche di scrivere la tesi (era ora, sì), e per questa ragione, forse, la vena, o la velleità, narrativa sta capitolando di fronte al bisturi di quella asettica propria del saggio. C'è poco di creativo in una di tesi di laurea, malgrado le apparenze o malgrado le (necessarie) illusioni che chi la scrive si crea per convincersi che non sta affatto perdendo il suo tempo migliore a produrre carta straccia.
Nessuna finzione, dunque (continuo tuttavia a rivolgermi a te e parlare attraverso l'espediente epistolare, e c'è persino chi crede che tu esista davvero in carne e ossa e che questa sia una lettera effettivamente indirizzata a te, e non a tutti e a nessuno, cioè a chiunque stia zigzagando da queste parti, ubriacato di vita virtuale, e sia attirato per qualche ragione da questo blog come da altri). Insomma, ti butto qui una riflessione come viene. Pensavo che il peggiore fra i molti atteggiamenti che si possono avere nei confronti della vita è quello rinunciatario. O anche quello temporeggiatore, che è una manifestazione mitigata dello stesso sentimento : la paura. Farò questo esame al prossimo appello perché ora non sono preparata a dovere, mi laureo alla prossima sessione perché la mia tesi non è ancora ben fatta, non mando il mio curriculum lì perché è improbabile che mi prendano, non gioco agli scacchi perché nel gioco degli scacchi occorrono strategie e io non sono mai stata un'abile stratega, non mi lascio andare in questa nuova relazione perché tanto andrà male pure questa, non mi fido perché fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, non parlo con mia madre e mio padre di come quanto e perché la vita con loro sia stata una tortura inflitta alla mia ragione perché cui prodest?, non provo a dire la mia perché qualunque giudizio è fallibile ma il mio di più, non mi trucco ogni volta prima di uscire da casa perché tanto questa immagine è mutevole e il mio corpo un passaggio, non faccio questo o quello perché potrei sbagliare, non metto il piede dove potrei cadere, mi-butto-o-non-mi-butto-?-Fanculo-non-mi-butto.
Ecco, un simile approccio alla vita è quello più sofferto, il modo meno divertente di stare al mondo (o quello meno "vincente" secondo Emme, e pure secondo me, ma preferisco dirmelo da sola, pur apprezzando lo spreco di tanta premura).
Mi chiedo, Elle, quand'è che si è fatto più forte, tutto ciò. Non mi chiedo quando è comparso, dal momento che suppongo sia stato generato con me sulla base di un irrevocabile calcolo genetico, e contro le misteriose combinazioni random della genetica, si sa, puoi far poco (ma puoi evitare di mettere al mondo figli a tua volta, quello sì. E, nel mio caso, questa è anche una logica conseguenza delle mie precedenti affermazioni, sul modello lo-faccio-o-non-lo-faccio-?-Non-lo-faccio, per cui sono addirittura protetta dalla mia scarsa intraprendenza). No, mi chiedo piuttosto quando sia avvenuto il passaggio da una serie di manifestazioni intermittenti di atteggiamenti rinunciatari, con una frequenza nel complesso accettabile, a una situazione di apparente stabilità. Quand'è che una simile attitudine, che affiora almeno una volta nella vita di qualunque individuo, ha iniziato a farsi struttura portante, tanto da modificare sensibilmente il percorso dell'esistenza secondo direzioni a cui proprio non si era pensato. A cui io non avevo pensato. E poi? Compreso quando e come, che? La risoluzione di un problema non sta nella sua comprensione. La sua comprensione serve a poco per i rinunciatari cronici, per i quali il quando il come e il perché sono diventati rinunciatari cronici rappresentano informazioni di scarsa utilità, e per i quali, anzi, una coscienza nitida è più un male che un bene.
Qualche volta ci provo, eh, a provare. Qualche volta, poi, è persino facile, quasi naturale! Accade, per lo più, quando non penso all'obiettivo, e dunque di rado.
Ma, in genere, io ho paura di sgrugnarmi il mento (può essere perché forse me lo sono effettivamente sgrugnato da piccola, cadendo dalla bicicletta mentre imparavo a pedalare? Non ricordo). Soprattutto di sentirmi dire che io "non". Paura ce l'abbiamo tutti, sì, chi più chi meno (chi lo dice chi lo nega), ma io dico : sarà mica normale una paura così?
Nel frattempo, cara Elle che sarei io, passerò l'estate a sfornare un centinaio di pagine, o giù di lì, presumibilmente convincenti, su una delle innumerevoli teorie che gli uomini si inventano per passare il tempo su questa terra. Perché "gli uomini hanno idee", secondo quanto formulato nel saggio sull'onestà intellettuale dal prof. Kilroy (e se non sai a cosa mi riferisco, vai a leggerti City di Baricco, non è proprio il mio genere, ma quel passo non è affatto male. Se invece anche tu sei fra coloro che non hanno bisogno di leggere tutto per afferrare il sugo della storia, c'è Poomerang che ti riassume il contenuto del saggio così : "Se un ladro di banche va in galera, perché gli intellettuali girano a piede libero?"). Poi farò qualche nuotata nell'Adriatico, leggerò i miei libri, incontrerò qualche persona, farò i miei ragionamenti inutili, mangerò enormi ciotole di insalata di pasta, discuterò molto animatamente ma solo con le persone più care, rimanderò tutto il procrastinabile, e scambierò ogni rinuncia per scelta consapevole o addirittura, nei momenti in cui sarò più brava a prendermi per il culo, per sorte ineluttabile.
E avrò sempre molta, moltissima paura.

Scritto da Laidis © alle 21:05
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domenica, 01 giugno 2008

(I ciliegi e i fiori d'acacia, l'alloro e il timo, la polvere di cannella, le palme, le pietre e i tronchi, ogni filo d'erba, le api e i calabroni, il vento e e gli ulivi, i gelsi e le zanzare : tutti la cantano, muti)


Scritto da Laidis © alle 15:40
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sabato, 17 maggio 2008

[Attimi di puro godimento]

Talora, quand'era al colmo dell'indignazione, reagiva scompostamente. Siccome la sola cosa che lo indignasse era la scompostezza altrui, la sua scompostezza di ritorno era tutta interiore, e regionale. Stringeva le labbra, volgeva prima gli occhi al cielo, poi piegava lo sguardo, e la testa, a sinistra verso il basso, e diceva a mezza voce : "Ma gavte la nata". A chi non conoscesse quell'espressione piemontese, qualche volta spiegava : "Ma gavte la nata, levati il tappo. Si dice a chi sia enfiato di sé. Si suppone si regga in questa condizione posturalmente abnorme per la pressione di un tappo che porta infitto nel sedere. Se se lo toglie, pffffiiisch, ritorna a condizione umana."

Umberto Eco, Il Pendolo di Foucault (ediz. Bompiani 2006, p. 64)


Scritto da Laidis © alle 10:54
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martedì, 13 maggio 2008

Ninna nanna dei giorni perduti

Yael Naim, Puppet


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mercoledì, 23 aprile 2008

È tempo di annotare il tempo che passa, metterlo nero su bianco, in questa nuova stagione di sole e di fiori.

Nero come l'origine oscura delle cose. Nero come il male di sempre, fedele cane bastardo, mefistofelico compagno di una buona annata.

Come la pece e come il catrame, come l'inchiostro versato quando la parola premeva e sgorgava, fiotto di sangue incoagulabile.

"Nero" all'anagrafe, sempre, e fino in fondo a quest'anima pagana.

Ora per gioco e godimento, per desiderio più che per bisogno, per quel che càpita, per la vita fenomenica delle cose, per una intatta salvifica professione di fede nella parola.

Bianco come la luce che lascio filtrare nelle stanze, e in ogni luogo della memoria scritta e condivisa. Bianco come nuova calce fresca da impastare. Bianco perché fa bene agli occhi, perché serve, e sa di biancheria pulita stesa ad asciugare nella terrazza dei miei pensieri affacciati sul mondo. Bianco come i denti quando la bocca ride.

Per il resto, sono ancora qui, "a giocare con le mie parole in-utili, e tirarle come dadi".

Prosit.

 

[* Un sempiterno grazie a Cris©,

per la nuova  grafica del template,

per essere così meravigliosamente paziente,

così squisitamente cocciuta]


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martedì, 08 aprile 2008

Dis-tensioni

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giovedì, 27 marzo 2008

Caos calmo

 

Nella testa ho una corda di sensi e parole annodati male, impegnata a perpetrare uno strangolamento lento della volontà malata di afasìa.

Significato e significante si sono scollati, e la parola è un fantoccio di carta che si affloscia fra le mani.

C'è il sole oggi. Un sole caldo, e un fazzoletto blu di cielo appena stirato, il cielo e un cinguettìo brioso oltre la finestra, un cinguettìo e un vociare di gente giù per la strada, gente e uno scalpiccìo di passi, passi e clacson.

La vita in un pugno, giovane, forte.

E io, non riesco a perdonarmi.


Scritto da Laidis © alle 11:32
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martedì, 25 marzo 2008


Dianne Reeves, I remember

I remember sky
It was blue as ink
Or at least I think
I remember sky

I remember snow
Soft as feathers
Sharp as thumb tacks
Coming down like lint
And it made you squint
When the wind would blow

And ice like vinyl
On the streets
Cold as silver
White as sheets
Rain like strings
And changing things
Like leaves

I remember leaves
Green as spearmint
Crisp as paper
I remember trees
Bare as coat racks
Spread like broken umbrellas

And parks and bridges
Ponds and zoos
Ruddy faces
Muddy shoes
And light and noise and
Bees and boys
And days

I remember days
Or at least I try
But as years go by
They're a sort of haze
And the bluest ink
Isn't really sky
And at times I think
I would gladly die
For a day of sky

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mercoledì, 19 marzo 2008

Un guizzo, un luccichio, un'intuizione, un "Eureka!" accorato, una ruga sulla fronte che s'appiani, il gorgogliare energico di un ribollio appena udibile, un sì invece di un no. Una presa salda, per una volta. Una parola pregnante. Una ragione visibilmente educata a un incedere sobrio, né avventato né riluttante. Un segno tangibile, uno qualunque, della mia presenza.

Per favore.

 


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giovedì, 13 marzo 2008

DISCANTO

Di acqua e di respiro
di passi sparsi
di bocconi di vento
di lentezza
di incerto movimento
di precise parole si vive
di grande teatro
di oscure canzoni
di pronte guittezze si va avanti
di come fare
di come dire
di come fare a capire
di alti
di bassi
battiti del cuore
fasi della luna
e ritmi della terra
di intelligenza
di intermittenza
si vive di danze
di ballo sociale
di una promessa
di un faccia differente
di mediocri incontri
di bellezze
di profumi ardenti
di accidenti
rotolando si gira, si balla
si vive, si fa festa
quella, questa
si picchia forte col piede
nella danza
e si sbaglia il passo
si vive di fortune raccontate
e di viaggiare
e si cammina stanchi
è di lavoro
è opposizione
è corruzione
si vive di lenta costruzione
e di tempo che ci inchioda
e di diavoli al culo
di fianchi smorti
di fuochi desiderati
si vive di pane
di speranza di bere
un vino buono per l'estate
rotolando si vive
di discorsi leggeri
cori
di maschere notturne
canto e discanto
e giù divieti
e oli sulla pelle
e sorrisi di fantasmi
e fantasmi fotografati
e giù campane annuncianti
si vive di sguardi fermi
di risposte folgoranti
di lettere partite
che aspettiamo in cima al mistero
di essere così soli.

Di questo si vive
e di tant'altro ancora
che inseguiamo come i cani
respirando dal naso
per finire invece
ancora sorridenti, ancora abbaianti
di un dolore a caso.

[© Ivano Fossati]

 


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martedì, 11 marzo 2008

[Nanni Moretti, Bianca]


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domenica, 02 marzo 2008

         Di una città e di molti mondi

            (Appunti di viaggio)



 

Prologo


«Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.

- Ma qual è la pietra che sostiene il ponte? – chiede Kublai Kan.

- Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde Marco, - ma dalla linea dell'arco che esse formano.

Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge : - Perché mi parli delle pietre? È solo dell'arco che m'importa.

Polo risponde : - Senza pietre non c'è arco.»


Italo Calvino, Le città invisibili, cap. V



Yann Tiersen, La valse d'Amélie

 

I

Parigi una mattina di fine febbraio è un volto scuro con la bocca impastata di sonno che stiracchiandosi si affaccia sulla Senna e si chiede se sarà una buona giornata. Intrico di rami che trapassano traforano crivellano lo spazio sotto e sopra la terra, da un capo all'altro, le metropolitane serpeggiano nel suo ventre nero senza uscire mai alla luce, o escono allo scoperto e galoppano tra i murales di palazzi di periferia.

II

Parigi è una pennellata data fra le vie di Montmartre.

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[Montmartre]



Dalla sua sommità, la Basilique du Sacré-Cœur occhieggia seriosa sulla scalinata che ridiscende al basso, giù, fino alla lascivia di Pigalle e alle luci vive del Moulin Rouge, in una sorta di linea che congiunge il sacro e il profano, pinzandoli insieme con un sorriso né colpevole né innocente, entro la cornice di una città santa e puttana.

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[Basilique du Sacré-Coeur]


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[Pigalle]


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[Moulin Rouge]



 

III


Parigi una mattina di fine febbraio è un gioco di sguardi tra i raggi di sole e un gigante di ferro che campeggia su tutto lo spazio visibile e s'infiamma sull'imbrunire, fino a farsi bussola di ogni viaggiatore notturno.


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[Tour Eiffel di giorno e di notte]


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IV


Parigi è una cattedrale gotica che si erge a ridosso del fiume, che da secoli le rimanda la sua immagine giorno e notte, mentre un clochard seduto su un panchina di fronte si prende cura dei piccioni portando con sè una sporta colma di briciole e offrendo le spalle a mo' di piccionaia. Nello stesso momento, sulla strada proprio lì vicino, quattro musicisti suonano jazz per amore e per fame.


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[Notre-Dame giorno e notte]

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V

Di là, appena oltre il ponte, Parigi è tutta un groviglio di vicoli suoni e colori, leccornie multietniche esposte nelle vetrine di ristoranti promossi a viva voce da ogni soglia, in una gara tra abili propagandisti dove chi è più convincente guadagna più turisti e studenti con la promessa di sapori irrinunciabili a prezzi modici.


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[Quartiere latino]


 

VI


Parigi, poi, è un forziere colmo di tesori inestimabili provenienti da tutto il mondo, quintessenza dell'uomo che inventa e crea e modella e dipinge e plasma e racconta, ognuno la propria civiltà, in bilico tra libero arbitrio e potere committente.


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[Musée du Louvre. Venere di Milo]


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[Musée du Louvre. Antonio Canova, Amore e Psiche]



VII

Parigi è una tenzone tra Passato e Futuro, che si fronteggiano fieri dalle estremità di un viale. Alveare brulicante di uomini e donne protesi a immaginare un tempo a venire, asserragliati nelle celle di forme geometriche in una città che sul far della sera diviene fantasma, uno spazio desertico blu-ghiaccio-viola dove il rumore dei passi delle ultime api operaie che si affrettano ai treni risuona da una parte all'altra degli edifici che le hanno contenute per tutto il giorno, in un'eco quasi sinistra. All'altro capo, nello stesso momento, è un tripudio di luci calde, archi, piazze, strade ultracentenarie, giardini, spazi aperti, e il viaggiatore si aggira col naso all'insù tra i grattacieli del quartiere, con l'animo sollevato dal pensiero dell'esistenza di quell'altra città a pochi passi.


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[La Défense]

 


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VIII

Parigi è tante città, come un essere umano è molte anime. Contiene in sè l'Uno e il Molteplice, il pieno e il vuoto, forme curvilinee e squadrate. Come altre città, è la risultante del contrasto fra una verità e il suo contrario, dove ogni realtà è vivibile in virtù dell'esistenza del suo controcanto appena dietro l'angolo. Come un uomo, la città ha le sue domeniche di sole e le sue giornate cariche di tedio e di pioggia, i suoi segreti e i suoi vicoli scuri, i suoi luoghi inaccessibili e le sue piazze che ridono, l'anelito alla grandezza e l'angolo di una via di quartiere qualunque, un essere gravido di storia e in divenire.



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Parigi è questo, e molto altro che si immagina andando via e sperando di avere occasione di tornare. Come ogni città vista in viaggio, non è che un sapore che rimane sulla lingua, un motivo che continua a suonare nella testa stonandosi a poco a poco nel tempo e di cui lentamente scordi le parole.

 

 

Epilogo

 

«Non le labili nebbie della memoria né l'asciutta trasparenza, ma il bruciaticcio delle vite bruciate che forma una crosta sulle città, la spugna gonfia di materia vitale che non scorre più, l'ingorgo di passato presente futuro che blocca le esistenze calcificate nell'illusione del movimento : questo trovavi al termine del viaggio.»


Italo Calvino, Le città invisibili, cap. VI


 


Scritto da Laidis © alle 17:39
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