Nero di Laidis        




giovedì, 29 ottobre 2009

Elle è tornata nel consorzio umano. Da un pezzo.
Un giorno, senza dire niente a nessuno, è uscita dalla stanza con la coperta blu. Ha tagliato i capelli, corti, come fanno tutte le donnicciole quando bisogna cambiare qualcosa. Ha girovagato tra case di amici e amici di amici, e infine ha preso un appartamento in affitto nella Città Eterna, dove manca spesso l'acqua calda, e c'è il tubo della doccia riparato con nastro isolante, un lavandino cui manca un pezzo, e pareti tutte da ridipingere. Ha studiato, molto, più di quand'era all'università (che prima non voleva più finire e poi ha finito dicendo "Si stava meglio qui, peccato aver finito"). Ha superato esami, concorsi, insegnato la sua lingua a cinesi, spagnoli, russi, polacchi, inglesi, francesi, tedeschi, destreggiandosi tra agili precariati e continuando ogni sera a pensare a soluzioni future (perché nel suo Paese non c'è spazio per quelli come lei e molti altri). Ha fatto i conti sulle dita per pagare una bolletta, e chiesto ancora aiuto ai suoi.
Ha cambiato il suo vocabolario "Io non" con un'edizione limitata di "Io voglio", sostituito il Sì al No, distribuito parole e sorrisi, riso, pianto, creduto, sperato, digrignato i denti e stretto i pugni, raddoppiato il numero delle sigarette quotidiane, cucinato pasta al forno e risotto al salmone, mai solo per sé.
Più di tutto, ha accettato il dolore.
Per tornare a dimensione umana, mancava che amasse. Che lasciasse una porta socchiusa. Che si lasciasse sorprendere da questo tritacarne di vita. Che si lasciasse pungere, un po'. Che vomitasse tutta l'anestesia di giorni bianchi come i sudari e le attese.
Be', ha fatto anche questo. E che male, ragazzi.
La cosa che riesce meno bene ad Elle, ancora, è accettare d'essere un impasto di forza e fragilità che insieme fanno grumi indigesti. Di avere ingranaggi delicati e una voce che s'incrina.
Bisogna imparare ad imparare.
Una tipa che non le sta neanche troppo simpatica le ha detto: "Moltissime persone vivono senza farsi domande. Molte persone vivono facendosi continuamente domande. Poche persone vivono facendosi le domande giuste".
Annotare e mettere nella tasca buona, quella senza buchi.


Scritto da Laidis © alle 10:48
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venerdì, 24 luglio 2009

Come tornare in una casa nella quale hai abitato a lungo, e quasi non riconoscerla... e pensare che là, in quell'angolo, avevi tanto pianto e sentito.

Io ringrazio l'adesso, finché dura.

Scritto da Laidis © alle 21:14
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giovedì, 12 febbraio 2009

Perlman plays Bazzini, La Ronde des Lutins, op. 25



THANKS TO EMMA

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martedì, 20 gennaio 2009

Dicono che tu stia diventando anoressica di cose buone. C'è del vero. Ascolti sempre la stessa musica, lasci libri a metà, la mattina dormi fino a tardi. Ma anche no. Ti vedo andare per una strada che non conosco, con le tue tasche vuote (non vuote, no: i soliti fazzoletti di carta appallottolati, carte di caramelle), i tacchi che affondano nella terra umida. Di tanto in tanto raccogli fili d'erba. Li tieni per te e non sai che farci, e questo cambia le cose. Le parole essenziali ruzzolate giù da una scucitura del cappotto, vai caracollando mentre ragioni su massa e individuo (cui prodest?). Sei un po' buffa, e un po' banale. Non stai bene, non stai male, il tempo è una percezione tutta da rivedere. Bevi tè verde bollente e fumi di più, a ben vedere hai ancora un problema con le attese, tutte. C'è qualcosa che può essere lasciato indietro e qualcosa che sarebbe un peccato non portare, ma ti sfugge la differenza, e anche questo cambia le cose. Se ti pizzico il braccio, credi che potresti sentire dolore? Sulla terra non c'è che un reticolo di esistenze che si sfiorano appena, e l'Altro è sempre tutto un perimetro da misurare. Il resto, e con esso anche il dirlo, è una ovvietà avvilente.

Scritto da Laidis © alle 17:47
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lunedì, 08 dicembre 2008

"Ovunque tranne qui, qualunque malora tranne questa mezz'ora di pazienza ogni trequarti d'ora"

[Erri De Luca, Il conto, da Il contrario di uno, Feltrinelli 2006, p. 86]

Scritto da Laidis © alle 17:19
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martedì, 14 ottobre 2008

DELL'UNO E DEL DUE, E DI ALTRI FATTI TERRITORIALI

Accade, alle volte, di risvegliarsi da una notte in bianco e avvertire sulla pelle frammenti di fastidio come briciole sparse sotto le lenzuola.
Cominciano così, le giornate, quando non hai dormito o hai dormito poco e male, sognando per tutto il tempo fallimenti imminenti su ogni fronte.
Saluti il fratello giovane e forte che ti ha ospitato nella sua casa di studente universitario, nella via dove, in un tempo che ora ti pare già preistoria, alloggiavi anche tu, giovane e imbecille. Ti incammini nel gelo mattutino di ***, maledicendo il materasso di quella poltrona-letto che tu stessa hai chiesto al fratello giovane e forte di portare a casa sua in occasione delle tue visite, e imprechi a viva voce perché in edicola non trovi il biglietto dell'autobus. Corri fino alla tabaccheria trascinando valigia, portatile e borsa, recuperi il biglietto ('sticazzi, un euro e ottanta per due chilometri?), sali sul 79, arrivi al terminal, prendi un altro autobus (sette euro), quello che dopo due ore ti porta nel Far West, in cui vivi da sempre e di cui sempre hai la polvere in bocca, poi ne prendi un terzo (un euro e ottanta), che ti deposita sotto casa, stanca, sudata, assonnata, e con addosso il peso di tutte le considerazioni che hai avuto il tempo di fare durante il viaggio, ascoltando Acoustic Cuts di Kotzen e rammaricandoti per il bruciore insistente agli occhi, che assomigliano probabilmente a due pomodori maturi.
Memorandum: "Evitare il più possibile di ritrovarsi gomito a gomito coi propri pensieri, dopo una notte di cattivo sonno".
I pensieri di un insonne all'alba di un nuovo giorno sono pericolosi e molesti. È con mio sommo piacere, perciò, che li rovescio qui, perché le alternative sarebbero:
a) raccontarli a qualcuno e farsi mandare a cagare (già fatto);
b) strozzarmici (ancora possibile, e quindi evitabile).
 
Ieri ho passato metà del pomeriggio a barattare  opinioni con alcuni del Circolo dei Singles. Che non è realmente un circolo, né è mai stato sanzionato da una fondazione ufficiale, ma, a sentire i discorsi dei suoi membri, potrebbe certo sembrare che lo sia. Il circolo prevede due sottogruppi, ciascuno con una propria cultura della singletudine: quello degli Anziani, il quale annovera ormai a pieno titolo anche la sottoscritta, essendo l'autentica singletudine una forma mentis e non un fatto statistico, e quello delle Matricole, cioè quelli che, come già a suo tempo gli Anziani, sono appena arrivati in questo nuovo fantastico mondo (perlopiù spediti da un calcio in culo) e non conoscono ancora bene le strade. "Finché non mi staccano la luce, nella mia vita non esistono seri problemi" è l'affermazione più ricorrente del membro ideale del circolo, altrimenti detto l'Atarassico, che in genere pronuncia la massima dopo averla udita da altri, senza aver ancora deciso se crederci o meno (ma in pubblico si sente chiamato a un'aperta manifestazione di fede).
I membri del circolo sono individui, perlopiù sociopatici e ossessivi, che dichiarano di stare benissimo così e di non sapere proprio come faccia la gente (quella del partito opposto) a sopportarsi per una vita intera: ma sono gli stessi che poi, quando rientrano a casa, piagnucolano e grondano litri di moccio denso e giallastro sopra la foto dell'amore perduto, che tengono sotto il cuscino. Sono quelli che, col passare del tempo, incontrano nuovi potenziali compagni/e, e vorrebbero ma non possono, perché quello che provano è troppo o troppo poco, e non vale mai la pena di imbarcarsi un'altra volta (perché "un altro/a estraneo/a in casa col cazzo"). Ci sono anche quelli che, da un certo momento in avanti, si innamorano follemente un paio di volte l'anno e ogni volta è la prima volta, quelli che hanno imparato l'arte del riuso e riciclano frasi, sorrisi e gesti (regali, anche? Chissà), o quelli che, meno ambiziosamente, optano per un 'Sesso Tour International', avendo patito anni di pessimo sesso, quand'erano accoppiati. C'è anche il tipo del 'viandante solitario', che ha trovato la sua pace ascetica ed è lieto di condividere pezzi di vita con chi càpita, che importa stare insieme o non stare insieme?, che importano le definizioni?, chi vuol favorire favorisca, e volemose tutti bene. C'è chi si è ricavato un intero sistema di pensiero sul quale si regge tutto il suo stile di vita, e ha il negozio di fiducia dove comprare oggetti che non prevedano set da due. C'è chi snocciola filosofie come se sgranasse rosari. C'è chi in casa ha solo una moka da uno, per fare il caffè.
Tutte queste persone sono persone sole. In cuor loro lo sanno bene, ma molte di loro, non tutte, si ostinano a dire che non è così, non si sentono affatto sole né lo sono (spesso molte di loro hanno un amico o un'amica del week-end a scaldare il letto, che spezza il continuum dell'autismo da cui sono affetti). Hanno molti amici, magari, ma nessun compagno, o compagna, con il quale cuocere la pasta al forno alla sera, o litigare per la scelta fra due soprammobili, uno più orrendo dell'altro, da tenere in soggiorno, o bestemmiare perché si è rotto il lettore dvd comprato insieme.
La verità è che, per molti di noi, l'Uno si è spezzato, e il Molteplice non appare condivisibile. La mia verità è l'impossibilità tangibile di retrocedere e l'incapacità evidente di procedere.
Ma ho pur sempre la mia coperta calda e, eventualmente, una nuova discreta dose di Vaffanculo da distribuire gratuitamente e con la generosità che mi contraddistingue.
 
C'era poi qualche altro pensiero, di altra natura, a proposito degli amici e dei conoscenti, che qualche volta sembrano più disposti a immortalarti in un tuo momento di difficoltà piuttosto che a condividere un tuo momento di gloria. Perché, quando una serie di cose ti va meglio di quanto potessi sperare, almeno in certi ambiti, in realtà non piace a nessuno percepirti come un individuo che risolve problemi e supera circostanze di impasse evidenti, magari anche più in fretta di altri: gli altri ci sono, purché la tua intraprendenza e le tue energie non li portino a confrontarsi con la loro intraprendenza e le loro energie, minacciando il loro fazzoletto di terra colonizzato a fatica. Del resto, è tutta una questione di territori, anche questa faccenda qui. Riassumendo: "Se stai male, sono triste per te: è segno che sei umano e che, come me, soffri. Allo stesso tempo, però, ciò mi rincuora segretamente e mi fa sentire meno inadeguato alla vita (anzi, mi sento pure un po' saggio, ché dare consigli è la passione di tutti). Tuttavia, cerca di non angustiarmi troppo con le tue lagne, perché il tuo problema mi annoia e, soprattutto, mi distrae dal mio. Se stai bene, invece, sono contento per te: è segno che sei umano e che, come me, puoi redimerti. Allo stesso tempo, però, ciò mi allarma e mi fa sentire più inadeguato alla vita (anzi, ciò mi rompe decisamente i coglioni), perciò cerca di non mostrarmi eccessivamente il tuo equilibrio, perché mi irrita e, soprattutto, mi distrae dalla ricerca del mio".
 
C'è dell'altro, ancora, ma il mio tè è freddo e la funzione meramente terapeutica di questo post temporaneamente soddisfatta.
 

Scritto da Laidis © alle 19:50
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sabato, 20 settembre 2008

[Esche prolettiche]

[Ingmar Bergman, Il posto delle fragole, 1957]


Scritto da Laidis © alle 09:16
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giovedì, 14 agosto 2008

Propositi endofasici
 
Un giorno io
se avrò una figlia
la chiamerò Eva.
Le dirò di mangiare tutte le mele che vuole
e di lapidare quel bastardo d'un serpente
con una fitta sassaiola
di torsoli sputacchiati.
E che Adamo facesse un po' quel che vuole
mentre lei rutta satolla
e si lecca le dita.
Nessuno osi dire che è colpa della mia Eva
se il suo Adamo con un boccone di mela s'è strozzato.
Le dirò che a parer mio
ha fatto più danni
la favola del principe azzurro
che non la prostituzione.
Le dirò, pure, che,
se però incontra un tipo che un poco gli somiglia,
si ricordi in quel preciso istante
che la scelta di un perpetuo stato di belligeranza
le darà i suoi morti da piangere
(e persino i morti che da vivi erano stronzi
quando non ci sono più ci mancano):
che provi perciò a nutrire miglior fiducia
di quella che è avvezza a nutrire
la sua mamma rattrappita
(ma se poi quel buontempone del principe
dovesse, poverino, avere una crisi d'identità
e la mandasse affanculo tirandosi su i calzoni,
che non venisse lei ad accusarmi
d'averle raccontato una panzana).


Un giorno io
se avrò una figlia
vorrei chiamarla Amoremiobellissimo
e, quando non è contenta,
sapere il modo di consolarla
prima che mi chieda di sparire,
e sperare che il mio sangue cattivo
non le sia troppo grave.
Imparerei tutti i nomi dei folletti
e a far le trecce coi capelli.
E poi le leggerei tante storie
e camminerei con lei a piedi nudi
sull'erba tutta rugiadosa
al mattino presto
quando non è né notte né giorno
e questo porco mondo finalmente se ne sta
un po' zitto,
e si sentono solo
i gufi
e le cicale.
 
 
 
Jesus died for somebody's sins but not mine
 (Patti Smith, Gloria)

Scritto da Laidis © alle 15:45
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lunedì, 04 agosto 2008

Odore buono di biancheria pulita, sabbia bagnata. Pagine di un libro (come patatine pescate da un sacchetto). Ben Harper canta "When she believes". I piedi sui pedali di una bicicletta rossa. Una begonia gialla sul davanzale -perde un fiore per ogni giorno di vita, hai visto?-
("Verrà la morte e avrà i tuoi occhi")
Profumo di pomodoro appena colto e soffritto nell'olio, aroma d'aglio e basilico. Salsedine sulle labbra, pelle sudata. Una fetta di cocco ammuffito per una moneta da un euro. Parole stanche, ma così stanche che.
("Verrà la morte e avrà i tuoi occhi")
Tre appunti e un desiderio d'andare, oh, andare. Andare e poter dire "vado a casa".
Un senso di niente a sbranare la carne, con tutte le ossa. E lo stupore, lo stupore di fronte al Nulla. L'inadeguatezza a dirlo, l'imbarazzante irritante banalità del dirlo.
("Verrà la morte e avrà i tuoi occhi")
Cantami "Un dì Noè nella foresta andò/e tutti gli animali volle intorno a sè:/Il Signore arrabbiato il diluvio manderà.../la colpa non è vostra, io vi salverò.../Ci son due coccodrilli/ed un orangotango/due piccoli serpenti, un'aquila reale/un gatto, un topo e un elefante/non manca più nessuno:/solo non si vedono i due leocorni".
Cantamela, con tutte le mosse per ogni animale, come fanno i bambini.
Cantamela, e metti a tacere una pulsione impronunciabile, falla stare zitta.

Scritto da Laidis © alle 14:11
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mercoledì, 16 luglio 2008

Ultime notizie da quaggiù 

(noterelle musicali di un tempo folle e disgraziato molto)


1: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti (Musica Nuda), Guarda che luna

 2: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti (Musica Nuda), Sacrifice

3: Petra Magoni & Ferruccio Spinetti (Musica Nuda), Le due corde vocali


Scritto da Laidis © alle 22:03
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martedì, 10 giugno 2008

CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?
Cara Elle,
è molto che non parliamo. Come vedi, non mi va più così spesso di masturbarmi con le parole e stare lì a cincischiare sull'uso più efficace, o tentare di raccontarti la storia di qualcun altro per dirti la mia solo perché quel nobel d'un Pamuk dice che la norma indispensabile di una buona scrittura è l'abilità di raccontare la propria storia come se fosse la storia di un altro. Non sempre ho la volontà di pensare a come dire cosa, quando al mattino mi sveglio di cattivo umore e il mondo non mi appare di alcun interesse. In generale, insomma, non ho molta voglia di raccontar storie. In compenso, però, ne leggo molte, e affondo la testa e il naso in quelle pagine, annusando l'odore della carta e cercando altri mondi possibili. Poi, sai, tra una lettura e l'altra, mi capita anche di scrivere la tesi (era ora, sì), e per questa ragione, forse, la vena, o la velleità, narrativa sta capitolando di fronte al bisturi di quella asettica propria del saggio. C'è poco di creativo in una di tesi di laurea, malgrado le apparenze o malgrado le (necessarie) illusioni che chi la scrive si crea per convincersi che non sta affatto perdendo il suo tempo migliore a produrre carta straccia.
Nessuna finzione, dunque (continuo tuttavia a rivolgermi a te e parlare attraverso l'espediente epistolare, e c'è persino chi crede che tu esista davvero in carne e ossa e che questa sia una lettera effettivamente indirizzata a te, e non a tutti e a nessuno, cioè a chiunque stia zigzagando da queste parti, ubriacato di vita virtuale, e sia attirato per qualche ragione da questo blog come da altri). Insomma, ti butto qui una riflessione come viene. Pensavo che il peggiore fra i molti atteggiamenti che si possono avere nei confronti della vita è quello rinunciatario. O anche quello temporeggiatore, che è una manifestazione mitigata dello stesso sentimento : la paura. Farò questo esame al prossimo appello perché ora non sono preparata a dovere, mi laureo alla prossima sessione perché la mia tesi non è ancora ben fatta, non mando il mio curriculum lì perché è improbabile che mi prendano, non gioco agli scacchi perché nel gioco degli scacchi occorrono strategie e io non sono mai stata un'abile stratega, non mi lascio andare in questa nuova relazione perché tanto andrà male pure questa, non mi fido perché fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, non parlo con mia madre e mio padre di come quanto e perché la vita con loro sia stata una tortura inflitta alla mia ragione perché cui prodest?, non provo a dire la mia perché qualunque giudizio è fallibile ma il mio di più, non mi trucco ogni volta prima di uscire da casa perché tanto questa immagine è mutevole e il mio corpo un passaggio, non faccio questo o quello perché potrei sbagliare, non metto il piede dove potrei cadere, mi-butto-o-non-mi-butto-?-Fanculo-non-mi-butto.
Ecco, un simile approccio alla vita è quello più sofferto, il modo meno divertente di stare al mondo (o quello meno "vincente" secondo Emme, e pure secondo me, ma preferisco dirmelo da sola, pur apprezzando lo spreco di tanta premura).
Mi chiedo, Elle, quand'è che si è fatto più forte, tutto ciò. Non mi chiedo quando è comparso, dal momento che suppongo sia stato generato con me sulla base di un irrevocabile calcolo genetico, e contro le misteriose combinazioni random della genetica, si sa, puoi far poco (ma puoi evitare di mettere al mondo figli a tua volta, quello sì. E, nel mio caso, questa è anche una logica conseguenza delle mie precedenti affermazioni, sul modello lo-faccio-o-non-lo-faccio-?-Non-lo-faccio, per cui sono addirittura protetta dalla mia scarsa intraprendenza). No, mi chiedo piuttosto quando sia avvenuto il passaggio da una serie di manifestazioni intermittenti di atteggiamenti rinunciatari, con una frequenza nel complesso accettabile, a una situazione di apparente stabilità. Quand'è che una simile attitudine, che affiora almeno una volta nella vita di qualunque individuo, ha iniziato a farsi struttura portante, tanto da modificare sensibilmente il percorso dell'esistenza secondo direzioni a cui proprio non si era pensato. A cui io non avevo pensato. E poi? Compreso quando e come, che? La risoluzione di un problema non sta nella sua comprensione. La sua comprensione serve a poco per i rinunciatari cronici, per i quali il quando il come e il perché sono diventati rinunciatari cronici rappresentano informazioni di scarsa utilità, e per i quali, anzi, una coscienza nitida è più un male che un bene.
Qualche volta ci provo, eh, a provare. Qualche volta, poi, è persino facile, quasi naturale! Accade, per lo più, quando non penso all'obiettivo, e dunque di rado.
Ma, in genere, io ho paura di sgrugnarmi il mento (può essere perché forse me lo sono effettivamente sgrugnato da piccola, cadendo dalla bicicletta mentre imparavo a pedalare? Non ricordo). Soprattutto di sentirmi dire che io "non". Paura ce l'abbiamo tutti, sì, chi più chi meno (chi lo dice chi lo nega), ma io dico : sarà mica normale una paura così?
Nel frattempo, cara Elle che sarei io, passerò l'estate a sfornare un centinaio di pagine, o giù di lì, presumibilmente convincenti, su una delle innumerevoli teorie che gli uomini si inventano per passare il tempo su questa terra. Perché "gli uomini hanno idee", secondo quanto formulato nel saggio sull'onestà intellettuale dal prof. Kilroy (e se non sai a cosa mi riferisco, vai a leggerti City di Baricco, non è proprio il mio genere, ma quel passo non è affatto male. Se invece anche tu sei fra coloro che non hanno bisogno di leggere tutto per afferrare il sugo della storia, c'è Poomerang che ti riassume il contenuto del saggio così : "Se un ladro di banche va in galera, perché gli intellettuali girano a piede libero?"). Poi farò qualche nuotata nell'Adriatico, leggerò i miei libri, incontrerò qualche persona, farò i miei ragionamenti inutili, mangerò enormi ciotole di insalata di pasta, discuterò molto animatamente ma solo con le persone più care, rimanderò tutto il procrastinabile, e scambierò ogni rinuncia per scelta consapevole o addirittura, nei momenti in cui sarò più brava a prendermi per il culo, per sorte ineluttabile.
E avrò sempre molta, moltissima paura.

Scritto da Laidis © alle 21:05
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domenica, 01 giugno 2008

(I ciliegi e i fiori d'acacia, l'alloro e il timo, la polvere di cannella, le palme, le pietre e i tronchi, ogni filo d'erba, le api e i calabroni, il vento e e gli ulivi, i gelsi e le zanzare : tutti la cantano, muti)


Scritto da Laidis © alle 15:40
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sabato, 17 maggio 2008

[Attimi di puro godimento]

Talora, quand'era al colmo dell'indignazione, reagiva scompostamente. Siccome la sola cosa che lo indignasse era la scompostezza altrui, la sua scompostezza di ritorno era tutta interiore, e regionale. Stringeva le labbra, volgeva prima gli occhi al cielo, poi piegava lo sguardo, e la testa, a sinistra verso il basso, e diceva a mezza voce : "Ma gavte la nata". A chi non conoscesse quell'espressione piemontese, qualche volta spiegava : "Ma gavte la nata, levati il tappo. Si dice a chi sia enfiato di sé. Si suppone si regga in questa condizione posturalmente abnorme per la pressione di un tappo che porta infitto nel sedere. Se se lo toglie, pffffiiisch, ritorna a condizione umana."

Umberto Eco, Il Pendolo di Foucault (ediz. Bompiani 2006, p. 64)


Scritto da Laidis © alle 10:54
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martedì, 13 maggio 2008

Ninna nanna dei giorni perduti

Yael Naim, Puppet


Scritto da Laidis © alle 15:18
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mercoledì, 23 aprile 2008

È tempo di annotare il tempo che passa, metterlo nero su bianco, in questa nuova stagione di sole e di fiori.

Nero come l'origine oscura delle cose. Nero come il male di sempre, fedele cane bastardo, mefistofelico compagno di una buona annata.

Come la pece e come il catrame, come l'inchiostro versato quando la parola premeva e sgorgava, fiotto di sangue incoagulabile.

"Nero" all'anagrafe, sempre, e fino in fondo a quest'anima pagana.

Ora per gioco e godimento, per desiderio più che per bisogno, per quel che càpita, per la vita fenomenica delle cose, per una intatta salvifica professione di fede nella parola.

Bianco come la luce che lascio filtrare nelle stanze, e in ogni luogo della memoria scritta e condivisa. Bianco come nuova calce fresca da impastare. Bianco perché fa bene agli occhi, perché serve, e sa di biancheria pulita stesa ad asciugare nella terrazza dei miei pensieri affacciati sul mondo. Bianco come i denti quando la bocca ride.

Per il resto, sono ancora qui, "a giocare con le mie parole in-utili, e tirarle come dadi".

Prosit.

 

[* Un sempiterno grazie a Cris©,

per la nuova  grafica del template,

per essere così meravigliosamente paziente,

così squisitamente cocciuta]


Scritto da Laidis © alle 14:02
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